Gipi e Giacomo Nanni

3 07 2008

Claudio Nader: Per l’ultimo incontro della rassegna abbiamo ospiti stasera Gipi e Giacomo Nanni. Gipi ha promesso che farà una lettura ad alta voce del suo ultimo lavoro ma per cominciare vi chiederei a cosa state lavorando in questo momento…

Gipi: Io sto lavorando quasi esclusivamente al libro nuovo, questa cosa disegnata male che si chiama La mia vita disegnata male, un’autobiografia semi-inventata e delirante, poi ho un altro progetto con un editore francese – Casterman - per un adattamento a fumetti da un romanzo di Scerbanenko, che non so se riuscirò a fare perché è la prima volta che lavoro su un testo che non è mio… E poi lavoro come sempre come illustratore per Repubblica e faccio le strisce di Internazionale, a cui sono affezionato particolarmente. Le faccio sempre il mercoledì perché è l’ultimo giorno utile di scadenza e mi piace provocare mal di fegato a Giovanni, mio amico e direttore del giornale… e poi anche perché così cerco di stare il più collegato possibile alle notizie di attualità. Nell’ultima, che esce oggi, ho raccontato dell’incontro che c’è stato in Vaticano tra Berlusconi e Gesù Cristo, poi mi sono accorto che l’incontro non era con Gesù Cristo ma con il Papa… e nella mia striscia Gesù Cristo fa un mazzo così a Berlusconi per il suo modo di stare al mondo però questo nella realtà non è accaduto perché non c’era Gesù Cristo, c’era il Papa, che è un altro… A volte faccio delle strisce orribili per Internazionale, ora sto in Francia e non ho il televisore e tutto il veleno che mi buttavo dentro quando stavo in Italia ora è un po’ diluito, faccio una vita da furbettino parigino e sono un po’ meno arrabbiato però ho trovato il sistema per vedere la Rai sul computer e quindi mi guardo un po’ di tv e di notizie, riesco a stare un po’ collegato…

Claudio: E tu Giacomo a cosa stai lavorando adesso? Anche tu pubblichi su Internazionale

Giacomo Nanni: Sì, ho appena mandato una storia - che non so quando uscirà - in cui parlo di una signora albanese che ha dei problemi con una signora ucraina…. Poi, dopo che Gipi avrà letto La mia vita disegnata male - che è una cosa che piacerebbe disegnare anche a me – vi faccio vedere alcune cose su cui sto lavorando, un libro illustrato. E poi una storia a fumetti per un nuovo libro, tipo Cronachette, ma il protagonista è un bambino, non più un gatto…

Claudio: Anche la struttura è simile alle Cronachette?

Giacomo: La struttura è simile ma in questo caso c’è una storia. Inizialmente doveva essere una storia basata sui primissimi anni di vita di questa persona, il tema è abbastanza delicato, la storia di un bambino piccolo, devo ancora cercare il contesto preciso - anche dal punto di vista stilistico - non è semplice disegnare un bambino… Poi nel corso del tempo, lavorandoci, la storia è cresciuta, sono venute fuori altre cose, ha preso una direzione che non mi ero aspettato… Ma ci sto ancora lavorando, prima di poter dire di cosa parla esattamente ne deve ancora passare di tempo, lavoro in maniera abbastanza frammentaria e prima di arrivare a una struttura più definita ho bisogno di avere sotto mano tutto il materiale…

Claudio: Che dici Gianni, hai voglia di leggere?

Gipi: Sì, ma ho bisogno di qualcuno che mi faccia i rumori…

Si fa avanti Luca Genovese

Gipi: … Prima però vorrei fare una piccola introduzione. L’ultimo libro che ho fatto è un libro per me molto duro e triste, un libro sulla vita e sulla scomparsa di mio padre, si intitolava S.. L’ho fatto due anni fa e dopo questi due anni non sono più riuscito a scrivere niente che valesse la pena di essere letto, lettori o editori mi spingevano a fare altro ma io non riuscivo più a fare niente. Poi un giorno mi sono arrabbiato con la mia fidanzata perché mi aveva portato la suocera a casa e avevano iniziato a fare colazione senza di me, così ho iniziato a scrivere di getto tutte le robe che avevo nello stomaco. In sostanza sono delle cose che ho sempre raccontato, quando conosco qualcuno di solito gli faccio una testa così raccontando le cose che poi ho messo nella storia, anche nella speranza di chiudere con i racconti di un passato un po’ scapestrato che ho avuto da ragazzo… Ho detto “se li metto su un libro poi magari cambio argomenti e non rompo più le palle con queste storie”. Tutta la storia è scritta di getto perché ormai mi è presa ‘sta fissa che io non devo scrivere a parte le cose per poi trascriverle sulle pagine per cui ci sono errori, forme sbagliate, parole in dialetto toscano… La lettura ad alta voce mi piace, sono talmente egocentrico che non immagino un suono migliore della mia voce nelle mie orecchie… Mi vergogno anche come un ladro, e la lettura avrà un accento pisano fortissimo.

Per vedere il video della lettura cliccate QUI , finirete sul blog di Gipi che introduce il video con qualche parola.

Applausi

Claudio: E grazie anche a Luca Genovese che si è prestato come rumorista… Questo quindi è l’inizio della storia?

Gipi: Sì, ci saranno 180 pagine… Io ho fatto sei libri e in sostanza non ho mai trattato di sentimenti e relazioni amorose uomo-uomo, uomo-donna, donna-donna, canguro-pinguino, quel che sia, quindi ho detto “ok, lo farò stavolta” e a un certo punto appare nella storia un personaggio che mi dice “basta con queste malattie, droghe, teppismo… cazzo! parla dei sentimenti, delle femmine”… E siccome io la storia la improvviso pagina per pagina, ho girato pagina e ho detto “ok, adesso comincio a raccontare una storia d’amore”, e invece ho attaccato con una storia di pirati…

Poi in realtà c’è una logica, questa impossibilità di comprendere la questione amorosa viene tradotta nel racconto parallelo con i pirati e se funziona me lo diranno poi i lettori…

Claudio: E poi già da prima volevi fare una storia sui pirati…

Gipi: Io l’avevo scritta, ho provato a disegnarla ma poi mi sono accorto che ero troppo legato alla realtà. L’idea di fare una storia dove non ci fossero macchine, sigarette - non c’erano neanche le sigarette ai tempi, non c’era un cazzo - le luci, i fanali… mi è presa l’angoscia e ho detto “no, non lo posso fare”. Però così, infilate nel mezzo, quelle tavole ci stavano… E poi sono troppo vigliacco e infantile per fare davvero tutto un libro disegnato male, ho dovuto infilarci dentro alcune tavole che spaccano…

Claudio: Comunque, da come ti sei liberato del microfono capisco che vuoi passare la parola a Giacomo…

Giacomo legge due tavole della sua nuova storia

Risate

Giacomo: E poi ci sono le tavole di questo libro illustrato, per Zoolibri, un editore di Reggio Emilia. La storia non è mia, è un diario, una storia vera scritta da Daniele Granatelli - che non è uno scrittore - che ha vissuto un’esperienza abbastanza traumatizzante alla fine della seconda guerra mondiale. La madre è costretta a lasciare il bambino presso un’altra famiglia, non ha i soldi per mantenerlo, quindi lo affida ai partigiani, che lo mettono su di un treno e in seguito lo affideranno a questa famiglia di contadini. Non c’era per lui altro mezzo per sopravvivere.

Nella nuova famiglia viene iniziato alla vita di campagna, aveva solo sei anni e comincia a lavorare, le stagioni passano, l’inverno, la primavera, l’estate con la raccolta del grano… Il lavoro è interessante per me perchè ho potuto dedicarmi esclusivamente al disegno quindi ho sperimentato un po’ di cose con i colori piatti e questi toni di grigio… Mia sorella ha tre bambini piccoli, la più grande ha 5 anni e quindi negli ultimi anni mi è capitato di avere sotto gli occhi le cose che succedono a quell’età e ho cercato di ricostruire quelle situazioni…

Claudio: Questo uso della bicromia con il nero e il rosso è uno sviluppo del tuo primo libro – Storia di uno che andò in cerca della paura - hai portato avanti alcuni giochi tipografici che lì avevi iniziato…

Giacomo: Sì, sono tutte sovrapposizioni di grigio, rosso e nero, le diverse tonalità di rosso sono il risultato della sovrapposizione con il nero o il grigio. Per esempio il grigio che si sovrappone al rosso è di una tonalità più chiara, poi in più uso anche l’effetto del retino che faccio a mano. È una questione percettiva, relativa all’occhio…

Interviene Carlo Barbieri: E a proposito di questo discorso, mi viene in mente una differenza fondamentale tra Giacomo e Gianni. Giacomo ha una capacità narrativa che si svolge soprattutto tramite l’immagine mentre Gianni ha più bisogno di narrare attraverso la parola…

Gipi: Se posso permettermi di dire una parola sul lavoro di un altro - che è sempre un rischio - secondo me io e Giacomo lavoriamo sui suoni. Io li produco con la confusione, lui li produce in maniera minimale, a sottrazione, però io ho sempre pensato che fossero simili i lavori nostri anche se in realtà i nostri modi di raccontare sembrano opposti. La cosa buffa è che quando leggo Cronachette di Giacomo ho lo stesso effetto sonoro nella testa, solo che è prodotto con uno strumento diverso.

Io sono schiavo delle parole, sono malato, poi non ho nemmeno la conoscenza e le basi per affrontare una narrazione solo per immagini perché secondo me ci vuole un cervello più strutturato. E poi mi piace, mi piace il suono, le mie cose le leggo ad alta voce anche quando sono da solo, sembro scemo ma è così. Anche quando Giacomo gestisce le tavole mute, per me mute non sono, mi sembra che la cosa cui ci dedichiamo di più è la ricerca del ritmo e del suono, il ritmo si fa con la scansione delle immagini e il suono con i vuoti e i pieni del disegno, con i vuoti e i pieni delle parole. E non è un caso che tutti e due abbiamo una base adolescenziale - non poco adolescenziale - musicale. Lui è chitarrista, io cantavo in un gruppo hardcore e ho sempre suonato tutti gli strumenti da quand’ero ragazzo. E per me non c’è nessuna differenza, a volte passo mesi a comporre canzoni imbecilli che nessuno ascolterà, per fortuna… E la cosa buffa è che quando passo un mese a suonare basso, chitarra, sintetizzatori e a cantare stronzate, metà di me mi dice “Gianni stai perdendo tempo, dovresti lavorare”, ma quando torno a quello che - tra virgolette - si chiama lavoro vero mi accorgo che tutta quella roba lì, tutte le cose pensate e suonate, ricadono poi nel ritmo di narrazione.

Claudio: Tra l’altro tempo fa hai lavorato cinematograficamente e forse anche questo rientra nel discorso…

Gipi: Sia quando facevo cortometraggi idioti sia quando ho lavorato a due lungometraggi di un’ora ciascuno - distruggendomi energie e finanze - la sensazione costante era di perdere tempo, sottrarre energie e tempo utili al disegno, invece poi ho scoperto che la capacità di gestire le inquadrature e di capire i tempi del racconto, si era incrementata. È tutta la stessa pappa alla fine, si tratta di raccontare cose…

Claudio: E rispetto ai tuoi primi lavori - tecnicamente molto più tradizionali e lenti da eseguire - questo tipo di evoluzione ti permette sempre di più di lavorare a tutto tondo su questa necessità, i suoni?

Gipi: Sì ma io non la chiamo evoluzione, io la chiamo devoluzione. Per me è una cosa al contrario, è una questione di perdita totale di speranza. Quando ero più giovanotto e disegnavo pensavo “sto disegnando e deve fare una cosa, sto facendo una cosa”. Ora non ho più la capacità di concentrazione e di volontà per gestire una tavola in senso estetico, non me ne importa più niente, una roba strana… I samurai quando andavano in guerra dicevano che dovevi essere già morto prima di cominciare a combattere e per quanto mi riguarda, involontariamente, mi sta succedendo una cosa del genere. Non ho nessun tipo di desiderio o aspettativa quando lavoro bene… Quando lavoro male invece mi metto al tavolo pensando “sono un disegnatore, so fare questo so fare quest’altro e voglio dire questo”. Per alcuni anni mi sono illuso che fosse la via giusta poi ora l’ho persa…

Claudio: E quindi La mia vita disegnata male riguarda questa difficoltà del concentrarsi sul disegno…

Gipi: No, è proprio un’impossibilità, ho gli occhi che non vedono più le cose, non vedo più il disegno in forma statica, non vedo più la vignetta singola, riesco solo a sentire il flusso della storia, quando lavoro sulla vignetta 1 della pagina 1 ho il cervello che è già sulla 5, sono a rincorrermi. Da un lato è un’esperienza strana, dall’altro è una grossa perdita di piacere nel disegno, e soprattutto se c’ho un piacere ce l’ho alla fine, ora, leggendo le cose.

Claudio: E invece quando non lavori sul fumetto - e quindi alle illustrazioni - riesci ad avere ancora quel tipo di piacere nel farlo?

Gipi: No, c’ho il piacere dell’abbandono e basta. Quando faccio illustrazioni lo faccio sempre controvoglia, non ho mai l’idea “ora farò un bel disegno”… mai! Solo che per fortuna mia ho disegnato così tanti anni che a volte mi vengono, però non lo so più fare di mettermi lì e avere la concentrazione che in teoria dovrebbe avere un disegnatore. Tutto quello che mi piace dei lavori che faccio ora sono robe che non mi sembrano fatte da me, che sono casuali, che sono pennellate andate storte, tratti non voluti… solo quello.

Claudio: Ma anche in questa storia, le tavole sui pirati che si trovano nel mezzo sono pittoricamente ricercate, le fai prima a matita…

Gipi: Sempre per il discorso di suono e di ritmo… Il disegno a matita è una cosa che non faccio mai nel resto della storia, io disegno di getto e a penna mentre qui cerco anche il dettaglio. Poi allora cosa faccio? Mi faccio dei tranelli, ad esempio faccio la colorazione ad acquarello e quando la tavola è finita prendo un colore del cazzo - tipo un verdaccio - e lo spalmo su tutto e non sai mai cosa ti succederà sotto, c’hai sempre il brivido…

Da vero narcisista che si cerca nello specchio e si ripugna nello specchio, alla fine ho bisogno di pensare di non essere stato io a fare quel lavoro. Quando ho quella sensazione lì sono contento.

Domanda dal pubblico: Volevo chiedere una cosa a Giacomo. Mi incuriosisce il disegno muto delle illustrazioni che ci hai fatto vedere prima, quello che è scritto è scritto a parte e la storia si può leggere sia solo con le immagini sia con il testo… E’ una scelta legata alla caratterizzazione dei personaggi? E poi un’altra cosa, oltre all’estetica giapponese pensi anche all’arte russa per questa sintesi e per il colore rosso?

Giacomo: Tipo Rodchenko? Sì, queste cose mi piacciono molto, le ho presente bene, non ho in mente tutti i nomi ma sono cose che a suo tempo ho digerito, più o meno alle scuole superiori. In effetti mi rendo conto di aver fatto male a portare questa roba… Non è che non ci sono i balloon perché io mi sia posto un problema di ordine ontologico, non ci sono i balloon perché mi hanno chiesto di non metterli… (Risate). D’altra parte, se dovessi fare una storia di questo tipo sarebbe una buona idea non metterceli, quindi ne ho approfittato per fare una cosa che piacesse anche a me, mi è interessato molto il fatto che le immagini potessero essere lette così, senza testo, in maniera diretta. Comunque forse mi metto più problemi di quelli che dovrei perché sono fissato con la coerenza… Mi è sempre piaciuto guardare le stampe popolari, anche italiane, c’è un qualcosa che si connette molto all’estetica giapponese, alla cultura popolare in generale… In Giappone è tutto uguale da 1000 anni, non c’è mai stato un reale progresso fino alla fine dell’800, c’è una tradizione che rimane immutata nel tempo, quella popolare ma anche quella della cultura alta… E anche questa non si evolve nel tempo, non ci sono stati cambiamenti scientifici e filosofici che abbiano portato a dei cambiamenti dal punto di vista estetico, o perlomeno se vi scorgiamo un’idea di progresso, dobbiamo essere consapevoli che si tratta di una nostra proiezione… E’ questo che fa sì che se uno guarda alla tradizione popolare italiana si trova a fare delle cose che sembrano giapponesi, è il senso della tradizione che le lega… Comunque sono idee e impressioni mie.

Domanda dal pubblico: Vorrei chiedere a Gipi di parlare di quel lavoro che diceva prima, per la Francia…

Gipi: Sì, a settembre comincerò l’adattamento di un romanzo di Scerbanenko che non ho ancora letto, e naturalmente ho detto di sì all’editore. E quella è un’aspirazione strana, lavorare per altri invece di scavarsi sempre nelle budella, che poi quando lo leggo fa ridere ma quando lo faccio… probabilmente sarà salubre più avanti ma per il momento è doloroso. Forse con questo nuovo lavoro avrò un po’ di pace, magari recuperando anche quella cosa che ho perso e che da giovanotto avevo, l’idea di provare gusto solo nel fare disegno e nel gestire la pagina. Però in realtà ho accettato perché c’ho i debiti, solo per quello, e quindi ora ho il terrore di arrivare a settembre e di trovarmi a dover fare quel lavoro lì e non saperlo fare…

Claudio: E non può essere per te un tipo di lavorazione che ti apre nuove possibilità narrative?

Gipi: Senti, la mia idea è di fare un figliolo e avere una fidanzata, stare tranquillo e lavorare sui testi di altri… pace. Però è possibile che non accada mai… Il motivo per cui ho accettato quel lavoro lì sono i soldi e questo miraggio di pace, di lavoro tranquillo, svegliarsi la mattina, fare colazione e dire “oggi devo fare questa pagina”, senza andarsi a scavare nella pancia scoprendo quanto sei meschino… Poi in realtà in questa cosa ci sono caduto già una volta… Anni fa facevo storie che quando le rileggevo mi facevano vomitare e mi dicevo “cazzo, non scrivi mai nulla di sincero”, quindi un giorno mi arrivò una sceneggiatura via e-mail di un tipo, un figlio di puttana che si chiama Roberto Cardinale - lo ammazzerei - che aveva scritto una storia poliziesca che nell’ingenuità di quegli anni a me apparve un racconto popolare, una cosa semplice e di basso livello che a me stava bene. Io mi sentivo un artistoide intellettualetto di merda, non mi piaceva come lavoravo e quindi accettai di disegnare per lui. Questo era un pazzo, mi piace sputtanarlo, lo faccio sempre a tutti gli incontri, lui non esce di casa e quindi non posso menarlo e allora io lo sputtano in giro per l’Italia, e non solo. La storia doveva essere di 80 pagine, verso la 40esima la storia era diventata di 200 e lui mi chiamava 10 volte al giorno per telefono… Aveva la stessa voce di Silvio Berlusconi, identica, e mi chiamava per dire “Gianni, oggi mi sembra di avere un oggetto sacro tra le mani”… un pazzo furioso, un incubo… Sicchè, quando mi è passato questo attacco di umiltà che non mi appartiene minimamente gli dissi “guarda, io non la voglio più fare ‘sta storia, tra l’altro scrivi di merda e tutte le tavole che mandi ho cominciato a riscriverle tutte, sei un povero pazzo mistico di merda, io smetto”. Questo figlio di puttana, dopo 11 anni, ha fatto uscire il libro con le mie 80 pagine è ne ha fatte disegnare altre 120 da un povero disegnatore di 80 anni - si chiama Cimpellin - è andato dall’editore a dire “io rappresento Gipi” e questi figli di puttana si sono stampati il libro… Una cosa di cui io ho una vergogna enorme perché i miei disegni fanno schifo e la storia pure. Comunque lo ripeto, si chiama Roberto Cardinale

Risate

Claudio: Passando a Giacomo… Che differenze hai trovato tra i due tipi di lavoro che hai affrontato per i tuoi libri, quello come autore completo e quello di illustratore per altri?

Giacomo: Grosse differenze fondamentalmente, perché non ero libero di fare completamente quello che volevo - nel senso che la storia riguardava cose che probabilmente non avrei deciso autonomamente di disegnare - e in più dovevo documentarmi. Per esempio, la storia è ambientata nella campagna emiliana ma io non ho mai disegnato una spiga di grano, non sapevo com’era fatta e sono andato a cercarmi com’era… poi non l’ho disegnata, però finchè non ho visto com’era sentivo che mi mancava qualcosa. La stessa cosa è nata per la scena in cui pigiano l’uva, ho cercato comunque delle scene e delle foto, anche se io effettivamente ho già visto pigiare l’uva, ricordo che c’erano dei lontani parenti che lo facevano, io ero bambino e un’idea vaga di che cosa volesse dire ce l’avevo. Prima di lavorare per la ferrovia, mio nonno era contadino, prima della seconda guerra mondiale lavorava nei campi. Tempo fa si mettevano sui binari ferroviari dei petardi che avvisavano dell’arrivo del treno e lui faceva quel lavoro lì, metteva i petardi sui binari. Quando io l’ho conosciuto c’erano ancora questi petardi in giro per la cantina. Non c’entra molto, ma un’idea vaga di cosa fosse la vita di campagna più o meno ce l’avevo, un’atmosfera che non mi era completamente familiare ma poteva comunque avvicinarsi al racconto.


Il lavoro principale è stato quello, cercare com’è fatto il granturco, o l’agnello, tante cose che poi non ho comunque disegnato. Quando ti inventi una storia da solo fai in modo di disegnare le cose che sai disegnare, un po’ è il discorso che faceva Gianni quando dice di aver rinunciato alla storia sui pirati…

Domanda dal pubblico: Una curiosità per Gianni riguardo la copertina che hai fatto per Le luci della centrale elettrica… Ascoltando quel disco mi è sembrato di trovare una certa corrispondenza di atmosfere, è solo un caso?

Gipi: Faccio l’ennesima figura da scemo… Io non l’ho ascoltato il disco (Risate), e non ho preso neanche una lira per quella cosa. È semplicemente che il tipo che l’ha fatto mi ha scritto una lettera bella e mi parlava di questo, mi diceva che la sua musica era in qualche modo influenzata da cose mie che aveva letto e sarebbe stato contento di avere un disegno mio. E io in quei giorni avevo fatto un bell’acquarello di una veduta di Roma che mi era rimasta in mente dopo un giro in motorino, e ho pensato che per come mi aveva scritto poteva starci, gliel’ ho mandato e lui ha fatto la copertina. Io c’ho il cd a casa ma non l’ho ancora ascoltato, non glielo dite però è così… mi sono fidato delle sue parole.

Claudio: Una domanda per Gianni. Secondo te come mai, sempre di più, il tuo lavoro diventa autobiografico?

Gipi: Io c’ho dei seri problemi con la fantasia, non so inventare quasi niente. Cioè, io non ficco nella storia quante cose io e i miei amici abbiamo fatto realmente, alcune le abbiamo fatte, altre avremmo potuto farle, siamo arrivati a tanto così dal farle oppure le ha fatte qualcun altro e io gliele ho semplicemente rubate… Io ho delle manie suicide e allo stesso tempo un amore assoluto per l’esistenza, per cui non riesco a immaginare niente di più appassionante del raccontare qualcosa di vissuto realmente, che poi - lo diceva già qualcun altro prima di me - ci sono più cose tra cielo e terra di quante puoi immaginarne nella tua filosofia. Quando vado a raccontare a volte ci provo a fare fiction ma quello che ne ricavo è una sensazione di morte, sempre. E poi c’è un altro motivo, non ho una grande comprensione degli eventi quando accadono, vivo in maniera abbastanza confusa senza mai capire che cosa sto combinando e che cosa succede intorno a me, quando poi però prendo questi eventi e li vado a raccontare a volte mi si accende una lucetta e capisco cos’erano, cos’hanno significato. E questo è stato super vero per quanto riguarda il libro su mio padre, io l’ho fatto solo per sentire la sua voce accanto un altro po’, e basta, il motivo mio era quello. Mentre lo facevo avevo davvero la scatola con dentro l’urna, sulla libreria da due anni, io non riuscivo più ad aprirla - della Coconino tra l’altro, con tutto lo scotch, una cosa bruttissima… Quando ho finito il libro mi sono fatto un bel pianto sulle ultime pagine e dopo l’ho chiuso, ho scritto “fine”, mi sono alzato, ho aperto la scatola, ho tirato fuori l’urna, ho potuto toccarla, l’ho scossa, ho sentito che faceva suono di maracas, ci ho attaccato degli adesivi ed è diventato un oggetto di vita, non era più il terrore per me… Quindi io sono innamorato a modo mio di questo lavoro ma non riesco a trovare una motivazione diversa da quella della comprensione della mia piccola esistenza per lavorare, l’idea “scrivo una storia appassionante per qualcuno” non mi interessa, io lavoro unicamente con la speranza di comprensione di qualcosa che mi si è piantato nella coscienza o nel cervello e non capisco cos’è, e di solito le cose che non comprendo mi fanno anche male… Poi però sono anche una puttana, per cui quando lo vado a fare non lo faccio da artistoide al 100% della serie “non me ne frega un cazzo di quelli che leggono”, c’e una parte di me proprio troia che fa questa operazione - che è mia personale - con un taglio e un occhio ai lettori. Io ho sempre il desiderio che quello che racconto sia il più semplice e comprensibile possibile, anche se per me è una questione molto complicata.

Claudio: Quando hai cominciato a fare libri raccontavi sempre di cose che si svolgevano in provincia, tanto che poi è nato anche il marchio “Baci dalla provincia”. Poi a un certo punto hai abbandonato questo marchio di fabbrica, quando dall’Italia ti sei spostato fisicamente in Francia… Per cui ti chiedo che cosa è cambiato con questo spostamento…

Gipi: Le prime cose sono sostanzialmente racconti di cose reali. Appunti per una storia di guerra è una storia fantastica ma in realtà è la storia di come io sono cresciuto con i miei amici, delle differenze che c’erano tra me e loro, io l’ho solo trasposta in un contesto di fantasia ma per me anche quella è autobiografica - per quanto io una guerra, per fortuna, non l’abbia mai vista. Per cui cosa raccontavo? Gli anni dell’adolescenza, perché sono stati semplicemente i più scatenati della mia vita, quelli che nella memoria ho maggiormente impressi perché ero assolutamente libero e immortale, quella forza che avevo non mi ha mollato per tanti anni e non mi molla nemmeno adesso, e quando raccontavo di personaggi sfigati di provincia non è che lo facevo da un salotto di una casa milionaria… non c’avevo una lira, non sapevo come pagare le bollette, ero esattamente quello. Quando però mi sono accorto che arrivavo nei posti e mi applaudivano, che le ragazze mi facevano gli occhietti dolci, che guadagnavo soldi col mio lavoro, mi sono detto “come cazzo fai a raccontare quelle cose lì? Come fai a parlare di Cecco di Gagno da Parigi?”… E quindi mi sono fermato e ho cominciato a trovare altri sistemi. Questo ultimo lavoro ritorna un pochino su quegli argomenti - anche se in realtà c’è roba assolutamente attuale - e in cuor mio c’è il desiderio che sia l’ultimo… Mi dico “ok, le vomito tutte, le butto fuori tutte, tutte quelle che non ho mai voluto raccontare, le robe con la droga per esempio, così dopo non rompo più i coglioni e sono veramente spalle al muro, vuoto, e devo assolutamente prendere un’altra direzione”.

E l’ho fatto con un taglio che è relativamente comico, non posso continuare a parlare della poesia e dei campi incolti col Carrefour e i capannoni di lamiera su cui si riflette il sole, semplicemente perché io lì non ci sono più, mi farei cagare a recitare la parte di quello che racconta la provincia quando io sono a Parigi e sono a una performance una sera sì e una sera no, non c’entra più un cazzo, non è più la mia vita quella…

Claudio: Il tuo lavoro è arrivato in Francia ma anche in Spagna – a Barcellona hai da poco vinto un premio - e poi in America, dove Questa è la stanza è stato tradotto in Garage band. Secondo te come vengono letti i tuoi lavori, in altri contesti?

Gipi: Diciamo che un po’ mi sorprende il fatto che Appunti per una storia di guerra - che per me racconta la storia di tre ragazzetti della provincia di Pisa - venga recensito dal New York Magazine, pensavo che quella lingua lì fosse più circoscritta… Poi in America ha dato molta noia il fatto che in Questa è la stanza il batterista abbia tendenze naziste, si sono un po’ scioccati per questo, si scioccano anche per le parolacce, sono strani sotto questo aspetto. E in Spagna è andato benissimo il libro su mio babbo e non so perchè, non ne ho la minima idea… ma immagino sia perché i padri muoiono in tutto il mondo. È strano, ogni nazione reagisce in modo diverso, c’hanno il loro libro preferito…

Interviene Carlo Barbieri: Forse perché quello di cui tu parli e scrivi è universale, spesso viene letto come una forma di poesia…

Gipi: Io spero di no, se intendi come poesia l’idea di qualcosa di più del guardare le cose. In passato l’ho fatto, ho scritto dei periodi che sono un po’ dolcini e mollicci, spero di non farlo più, cerco di farlo sempre meno… Non voglio fare interpretazione, se posso evito l’interpretazione. Non è che io faccio una scrittura poetica… In Questa è la stanza ho fatto una scena con me e la mia fidanzatina, avevo 18 anni e andavamo a fare il bagno, io mi vergogno di spogliarmi perché sono magro… e io l’ho semplicemente rimessa lì, e mi scrivono “quella scena è molto poetica”… quella scena non è poetica, siamo noi che siamo dementi che non la vediamo quando accade e riusciamo a capire che aveva una valenza sentimentale solo quando la ricordiamo, quando io devo rappresentarla… In quel momento lì io mi vergognavo e basta…

Claudio: Anche in alcuni tuoi libri, Giacomo, c’è una tendenza autobiografica. Come si sviluppa e quanto le tue storie sono autobiografiche in senso didascalico?

Giacomo: Questa cosa del metterci dell’autobiografia mi viene proprio dall’aver letto Gipi, e io lo leggevo già su Cuore negli anni ’90, per me era quello che assomigliava a Pazienza ma disegnava come Vincino, l’avevo inquadrato così… e lo leggevo tutte le settimane. A parte questo, quando ho cominciato a leggere le sue cose non ero in grado di affrontare il discorso autobiografico - anche perché forse non mi andava - ma col passare del tempo ho trovato un modo per far sì che le cose che avevo vissuto e che mi succedevano potessero entrare nelle mie storie. Prima di leggerlo non ci avevo mai pensato e quindi un po’- soprattutto Cronachette - viene da questo, ci sono state delle volte che disegnando – magari non sembra e non si vede – mi sembrava di essere Gipi, detto con tutto il cuore. Poi magari sono riuscito a camuffarla questa cosa ma senza questo pensiero molte pagine del libro non le avrei mai disegnate…

Gipi: Prima dell’incontro io e Giacomo parlavamo… una cosa su cui io ho riflettuto spesso. Eravamo lì, non c’era ancora nessuno e dicevamo “ma smettiamo?” e lui diceva “sì sì, smettiamo”… Volevamo tutti e due smettere di fare questo mestiere… Entrambi alla fine andiamo a lavorare su basi autobiografiche, secondo me siamo spesso in modo crudele con noi stessi, e lo facciamo con uno dei mezzi più imbecilli del mondo… Ad esempio, io racconto di un periodo in cui non riuscivo a far l’amore con la mia ragazza perché c’avevo una roba che mi faceva male, che era un dramma. Ed è pure un racconto con i paperini… Nella letteratura si sono sempre trattati i temi “drammatici”… ma con la letteratura, una roba dove non ci sono, per esempio, dei paperelli accanto. Vorrei sapere cosa pensa Giacomo di questa cosa, di questa dualità tra una tendenza all’essere molto seri e consapevoli e l’altra ad essere completamente imbecilli e quindi fare un mestiere che è da imbecilli, come i fumettisti…

Giacomo: Vorrei risponderti seriamente… Comunque io penso che il fumetto sia una cosa che è per bambini, nonostante tutto continuiamo a lavorarci come se lo disegnassimo per dei bambini, e questo in qualche modo addolcisce le cose che raccontiamo. È questo che a me attira, il fatto che anche la massima crudeltà possa essere addolcita, e non in senso negativo… la situazione più atroce è possibile raccontarla e viverla come dei bambini, anche per noi che la disegniamo…

Gipi: Per me c’è anche una questione di pudore… Ad esempio, nella storia nuova racconto di Schizzo, e quel personaggio… quella persona di cui parlo, è morta, altri di cui ho raccontato hanno tirato le cuoia per overdose o altre robe simili, malattie contratte in quel periodo… e c’è una sorta di pudore che mi impedirebbe di farlo seriamente, riesco a guardare a delle robe drammatiche solo se gli affianco qualcosa che è tutt’altro che drammatico, come una figurina stilizzata o un gesto buffo come possono essere buffi i gesti disegnati da un fumettista… Non prendersi sul serio molto seriamente…

Claudio: E ci sono altri autori che secondo voi pensano la stessa cosa?

Giacomo: Tutti quelli che conosciamo… In Italia ce n’è parecchi, quasi tutti i migliori in circolazione hanno questo atteggiamento un po’ giocoso nel raccontare cose drammatiche…


(si ringrazia Teodoro Nanni per il video della lettura “gipiana” e per le foto di questo incontro e di tutta la rassegna in generale)