Lunedì 5 maggio si è tenuto alla Feltrinelli di Piazza Ravegnana l’incontro con l’autore Giuseppe Palumbo (QUI e QUI trovi anche i suoi blog), per parlare di un libro da poco uscito per Rizzoli…
Claudio Nader: Parliamo con Giuseppe Palumbo di Tomka, il libro realizzato in coppia con Massimo Carlotto…
Giuseppe Palumbo: Ci sono libri che nascono e vivono una vita complessa. L’ultimo treno, il titolo della prima versione di Tomka, era a sua volta la seconda vita di un racconto di Massimo Carlotto uscito nel 2000 su L’Unione Sarda, con un altro titolo ancora, Amore e odio di un gitano a Guernica. Diverse elaborazioni, come se ci fosse un nucleo narrativo forte che aspettasse la sua forma definitiva …
Dopo l’uscita del racconto su L’Unione Sarda, mi si fece avanti un editore che aveva creato una piccola etichetta - “Alta Fedeltà” - pubblicata dalle edizioni Lo Scarabeo di Torino. Era un giovane e rampante editore con delle idee abbastanza chiare e con scarsi mezzi a sua disposizione… Sarà per il mio passato da autore che ama il masochismo, ma ho pensato che bisognava dare spazio ai piccoli sperimentatori e accettai la sua proposta di collaborazione.
La prima impressione è che fosse un buon racconto - la sua stesura iniziale si può trovare sul sito www.massimocarlotto.it - ma che per farlo diventare un racconto per immagini, un fumetto, fosse necessaria una elaborazione più complessa. Non volevo cambiare una virgola dal punto di vista testuale ma era necessaria una riorganizzazione visiva, per cui il mio è stato un lavoro di rimontaggio per creare un ritmo visivo differente rispetto al ritmo letterario impostato da Massimo. Per cui ho introdotto quello che non c’era cioè delle parti di flashback. Mi ricordo dell’incontro con Massimo alla Fiera del Libro di Torino, gli feci vedere i mio trattamento, lo story-board…
Claudio: Lui all’inizio come aveva reagito all’idea di portare a fumetti il racconto?
Giuseppe: Lui non aveva ancora avuto rapporti con il fumetto ma penso che in quel periodo ci stesse già pensando, infatti stiamo parlando del 2000… Di lì a poco avviò l’operazione su Arrivederci amore, ciao, pubblicata prima in Francia e poi in Italia (sempre attraverso “Alta Fedeltà”), e poi, in quello stesso periodo, aveva cominciato a parlare con Igort del libro che poi hanno fatto insieme per Mondadori. Evidentemente è stato l’anno in cui Massimo ha pensato alla possibilità di interagire con i fumettari, lui che già interagiva con il cinema, la musica, il teatro…per cui fu molto contento della proposta dell’editore, anche se dal punto di vista economico era una piccola proposta…
Claudio: Lo stesso Tomka rappresenta qualcosa per te, per la sua fisionomia …
Giuseppe: Hai presente quando si allineano gli astri? Quando lessi il racconto trovai strane coincidenze… Negli anni ’70, quando ero ancora ragazzino, per casa mia girava questo personaggio… Bussava alla porta, io andavo ad aprire e mi trovavo davanti una via di mezzo tra Dracula e un killer… Vestiva con questo cappotto nero che quando si apriva rivelava una fodera rossa - e tra l’altro sono i colori che sono sulla copertina di Tomka - e parlava questa lingua che io avevo sentito solo negli spaghetti-western, con questa voce roca, cavernosa… Per un ragazzino di 10 anni che vive a Matera, potete immaginare che cosa potesse significare avere amicizie simili… Era una persona eccezionale, dolcissima, di quella dolcezza che hanno solo le persone che hanno sofferto veramente. Lui era esule dalla Spagna; già a 18 anni era stato in carcere perché aveva disegnato manifesti contro Franco, e dopo essere uscito e rientrato dalla galera, è infine dovuto scappare, e in questo suo vagabondare ha incontrato una serie di artisti importanti, come Picasso, che gli ha dato una mano, e una città, Matera, che lo ha accolto per molto tempo e che lui ha amato molto. Josè Ortega – questo era il suo nome – faceva una pittura dalle forti tradizioni spagnole, con un cromatismo intenso… Ricordo che negli incontri degli ultimi anni gli portai le mie prime tavole di Ramarro e per chi le conosce sa quanto colore ci ho buttato sopra… Lui le guardava e diceva “eh Giuseppe, devi ancora liberare il tuo colore”… Io pensavo di avere già fatto la cassata siciliana sulle mie tavole e invece lui mi autorizzava a fare ancora di più, soprattutto negli accostamenti di colore…
Josè Ortega è stata una figura importante della mia infanzia, ha segnato i miei ricordi. Sempre negli anni ‘70 hanno girato un film a Rapallo, L’albero di Guernica, con Mariangela Melato come principale protagonista…. e da poco, mentre io stavo finendo di lavorare al libro, Rarovideo ha ristampato il dvd del film, un film che era assolutamente difficile da trovare. Ovviamente io quel film non l’avevo visto all’epoca, avevo dieci anni ed era vietato ai minori, però ricordo questa gente strana che girava per Matera, e i Sassi tappezzati da scritte in questa lingua che non conoscevo - che poi ho scoperto essere lo spagnolo - inneggianti alla rivolta degli operai. C’erano tutte queste sovrapposizioni che legavano Matera alla guerra civile spagnola e quindi questa parte emozionale della mia infanzia io l’ho sovrapposta alla scrittura emozionale di Massimo, per cui alla fine i muri di Guernica sembrano quei muri di Matera… Ho usato anche molta documentazione perché la ricostruzione storica di Massimo era molto cospicua e io non potevo esimermi dal fare altrettanto dal punto di vista visivo… Quando ho esposto a Massimo la mia interpretazione della sua storia lui è rimasto molto colpito e si è creato subito un ottimo rapporto di collaborazione, per cui nel 2001 esce questa prima versione di 46 pagine…
Claudio: Parlando di questioni tecniche… qui vediamo il file di lavorazione delle tavole del libro, vuoi dire qualcosa sulla procedura usata?
Giuseppe: Ci sono due tipi di tavola, una con il fondo bianco e una con il fondo nero… Nel primo caso è il tempo presente della narrazione di Tomka, mentre nel secondo sono i flashback, introdotti sul tessuto del racconto di Massimo per creare una scansione ritmica che mi permetteva di sorprendere il lettore. Quindi nelle tavole a fondo bianco la narrazione è molto rarefatta e concentrata su piccoli gesti mentre nelle altre si possono sentire il rumore delle esplosioni o le urla delle persone che perdono i propri cari, facendo così un’alternanza tra situazioni quasi ferme e accelerazioni del racconto, che mi ha permesso di renderlo più visivamente sincopato. Dal punto di vista della scrittura invece non ho spostato neanche una virgola, è stata piuttosto una riorganizzazione del testo…
Claudio: Infatti molta parte del libro si svolge attraverso questo contrasto fortissimo tra bianchi e neri e questi ritmi così estremi creano movimento, un ritmo visivo, anche all’interno di una stessa vignetta…
Giuseppe: Sì, questo è il lavoro che ho fatto in fase di adattamento. Sul testo ho preferito non agire, soprattutto nella prima fase, perché pensavo che fosse già abbastanza scarno e arrivasse all’osso della narrazione. Dopo questa prima uscita io e Massimo avevamo un po’ l’amaro in bocca perché ci rendevamo conto del fatto che era un lavoro significativo per entrambi e che però aveva ancora qualcosa da dire, quindi ne abbiamo riparlato…
Nel frattempo il graphic novel aveva preso sempre più piede in Italia e si era creata una nuova attenzione da parte dei grossi editori di varia che fino a quel momento si occupavano per lo più di riproporre i classici. Datempo non c’era nella grande editoria questa attenzione… Per inciso, ora il fumetto molti non lo chiamano più fumetto, ma graphic novel (sic!)… Quindi abbiamo trovato in Rizzoli e in Ottavio di Brizzi - responsabile della collana 24/7 - un certo interesse. Ricordo che mi convocarono in Rizzoli per discutere di alcuni progetti e tra le altre cose io proposi di riprendere L’ultimo treno per farne un romanzo e dargli il respiro che sia io che Massimo volevamo dargli. La Rizzoli ha acconsentito di buon grado, quindi Massimo si è rimesso a lavorare al testo, è partito per la Spagna ed è andato a documentarsi…. Non volevamo ridurre la guerra civile a semplice pretesto per la narrazione di una storia d’amore, quindi abbiamo ragionato sul fatto che la guerra civile poteva diventare motore di una storia emozionante e passionale, di vendetta e di amore…
Claudio: E a proposito della documentazione, anche solo visivamente queste immagini mostrano un tipo di grafica che ricorda la potenza della fotografia di guerra con le sue immagini sgranate… C’è una sporcizia del nero, che lo mantiene vitale, e poi ci sono citazioni vere e proprie, come quella a Robert Capa…
Giuseppe: Quella che abbiamo raccontato non è una guerra qualunque, è stata il terreno di coltura delle guerre contemporanee, è la guerra di cui abbiamo una maggiore quantità di documentazione fotografica e cinematografica, se avessi voluto sarei entrato nella ricostruzione millimetrica, avrei avuto tutti gli strumenti per farlo… Vittorio Giardino è un grande esperto in questo senso, anche lui ha scritto una storia con questo sfondo storico facendo un accurato lavoro di ricostruzione filologica. Nel mio caso, dal punto di vista della ricerca iconografica, ho preferito fare un lavoro che al dettaglio preferisse l’effetto sfocato, che ricreasse più l’emozione del documento che il documento stesso. Ho cercato moltissime foto e filmati ma sempre per riprodurre non tanto quello che vedevo ma quello che ricordavo dopo averlo visto… Tu parlavi di sporco… è un tipo di segno che ho utilizzato, a china diretta, non c’è una matita di preparazione proprio perché quando avevo di fronte il foglio volevo restituire l’impressione immediata e fare lo schizzo a matita di ogni singolo particolare non era funzionale all’effetto che volevo ottenere. Ogni singola immagine che compone la pagina stampata è un foglio poi rimontato con questo programma d’impaginazione, X-press…
Claudio: Quindi non esistono tavole originali vere e proprie, ci sono disegni originali…
Giuseppe: I disegni che compongono il libro sono circa 5-600… Questo programma di impaginazione mi permette di scegliere del singolo disegno l’inquadratura e il taglio registicamente più adatti, una procedura simile al montaggio cinematografico…
Claudio: Tra l’altro questo ti permette una libertà totale nella creazione dell’immagine, ma anche dell’impaginazione della tavola…
Giuseppe: Quello che è fondamentale in questa operazione è avere uno story-board di riferimento molto preciso… non è che manchi una parte progettuale, anzi. Alle volte mi sono trovato a scartare fotogrammi che non mi interessavano o usarli in una maniera diversa da quella che avevo pensato inizialmente in fase di story-board. Riesco così a bilanciare l’aspetto caldo e quello freddo della comunicazione…
Claudio: Questo libro contiene pochissime onomatopee ma quando compaiono sono molto protagoniste, sono suoni di guerra, grida, esplosioni…
Giuseppe: Le onomatopee sono un aspetto del linguaggio del fumetto tra i più fondanti perché assolvono contemporaneamente la doppia funzione testuale e visiva, quindi bisogna omaggiarle… Con le onomatopee puoi costruire anche una vignetta, come questa dove c’è gente che spara e urla, riempirla con la sovrapposizione di tutti quei suoni. I grigi differenti mi permettono di sovrapporre visivamente le singole onomatopee e creare una sorta di palinsesto di suoni e questo aiuta chi legge ad immaginarsi una successione di suoni, per cui quelli più chiari sono il primo livello, poi arriva il grigio più scuro dei toni medi e infine il nero che copre ogni altro suono, il suono della mitragliatrice…
Claudio: Quando ho letto il libro e ho incontrato la famosa immagine di Capa, quella dell’attimo in cui il soldato viene ucciso, ho sentito che la narrazione si bloccava. Tu hai inserito quel momento mentre accadeva, nella storia… Il lettore si rende così conto che quella cosa è già accaduta nella realtà ed è stata pietrificata in una famosissima foto, la si sta vedendo come ricordo e allo stesso tempo la si vive nella narrazione…
Giuseppe: A proposito di questo, va fatto un piccolo inciso sulla documentazione. Così come la foto di Capa, anche il quadro di Picasso è presente. Non si poteva evitare di utilizzare queste due immagini perché appena parli di Guernica e guerra civile spagnola ti arrivano quelle due immagini lì alla memoria… nessuno ricorda la faccia di Franco ma queste sì… Tornando alla foto, si tratta di un flashback nel flashback. Ci sono Tomka e Amalur - la donna basca di cui si innamora - fermi durante la missione che li ha coinvolti; conoscono una fotografa, Gerda Taro, un personaggio multiforme messo un po’ in secondo piano dalla figura di Robert Capa ma lei stessa grande artista. Questo rivela un aspetto della narrazione scelto da Massimo che io ho sottoscritto subito, cioè la volontà di individuare personaggi che non fossero i protagonisti canonici della guerra civile… Franco per esempio si vede solo in una vignetta, e conosciamo invece Gerda Taro (e non Robert Capa), perché è uno di quei personaggi al margine della guerra che pure ne sono rimasti vittima… Lei era lì per fare delle foto e sostenere la causa della Repubblica, e mentre si confida con Amalur parlandole del suo uomo, anche lui a fare foto, lontano da lei, vediamo lo sparo immortalato da Robert Capa, di spalle mentre coglie l’attimo che ha fatto la storia della fotografia.
È un modo di vedere la documentazione da dietro le quinte, senza che diventi protagonista ma facendola sentire e passare attraverso i disegni, per renderla più emozionante…
Claudio: In tanti lavori la documentazione rimane strumento per realizzare il contesto, lo sfondo di una situazione, ma in questo modo la documentazione è drammaturgicamente interna al racconto…
Giuseppe: Sì, quando ho letto il testo mi sono detto “e ora?”… Confrontarsi con questa foto di Robert Capa non è semplice… il rischio che venga interpretata come un’operazione retorica è dietro l’angolo, quindi ho cercato di rendere l’arrivo a questa foto nella maniera più mediata e sottile possibile. La foto si vede, ma come un dettaglio di un quadro più ampio… Così anche per Picasso. Il quadro lo vediamo solo nell’insieme di più pagine, frammentato, vediamo anche i frammenti che Picasso stesso ha modificato o scartato durante la realizzazione. Edgar Wind, autore di “Arte e Anarchia” considera il suo Guernica una sorta di cartoon, non nel senso di cartone animato, ma quasi un’image d’Epinal. Questo mi ha colpito e allora ho immaginato un Guernica come un cartellone da cantastorie… In più, mi colpiva il fatto che fosse un’opera monocroma, con pochi toni di grigio. E studiando i bozzetti preparatori, ho pensato di metterli in sequenza, come nel cartellone di un cantastorie, in modo che poi ritmicamente, nella lettura, il lettore potesse fonderli insieme ricostruendo in maniera introspettiva il quadro… Ho pensato che fosse il modo giusto per raccontare il quadro e attraverso il quadro di Picasso: nel fumetto la sequenza del bombardamento la rendo attraverso il montaggio di quella che è l’immagine dei fatti di Guernica più vicina all’immaginario collettivo.
Claudio: Comunque è bene ricordare che il libro parla anche di una storia d’amore…
Giuseppe: E’ un romanzo nella migliore tradizione dei neri di Carlotto… Ci sono morti ammazzati per amore, non solo per i proiettili. E’ la storia d’amore tra questi due reietti, figure lontane dalla guerra, Tomka il gitano e Amalur la basca… Il popolo di quest’ultima aveva subito il bombardamento più feroce ma loro sono sempre stati distanti dalla guerra, ci si sono ritrovati, così come i gitani che non avevano mai mosso guerra a nessuno. Tomka è una figura controversa, doveva fare delle scelte imposte dalla vita ma è allo stesso tempo un lottatore, non si lascia semplicemente trasportare dagli eventi ma li determina, decide di andare in guerra ma ne resta allo stesso tempo vittima.
Claudio: Vorrei chiederti se la collaborazione con Carlotto procederà, se avete altri progetti oppure no…
Giuseppe: Con Massimo c’è un buon rapporto di amicizia e ora abbiamo in ballo qualche nuovo progetto ma ancora non c’è niente di definito…
Claudio: E invece, hai in progetto collaborazioni con altri scrittori?
Giuseppe: Sì, sempre per Rizzoli e la collana 24/7. Il prossimo libro sarà in coppia con Giancarlo de Cataldo e si chiamerà Un sogno turco. Anche lì, la scrittura classica di de Cataldo incontra un momento della storia del ‘900, la strage degli armeni. Come è stato per Tomka, lo sfondo storico non è puro fondale ma neanche lo scopo principale della narrazione… Il lavoro di Giancarlo sulla caratterizzazione rende i personaggi eccezionalmente verosimili e lì iniziano i guai per me perché devo fare lo stesso graficamente…
Claudio: Vuoi parlarci di qualche lavoro recente nell’ambito dell’illustrazione?
Giuseppe: Ultimamente ho lavorato per Il sole 24 ore, mi hanno chiesto di illustrare un inedito di Piero Chiara. Già in precedenza mi avevano affidato la realizzazione di piccoli adattamenti di opere in anteprima, come quello dal nuovo libro di Woody Allen, Anarchia pura, pubblicato da Bompiani. Io sono da sempre un sostenitore del fatto che i fumetti sono nati sui quotidiani e devono tornare sui quotidiani. Se il fumetto vuole tornare ad avere un contatto con un pubblico più ampio deve uscire dalla situazione claustrofobica delle fumetterie, può ambire ad un pubblico più ampio, ovviamente con operazioni mirate…
Claudio: Di solito quando si pensa ai fumetti nei quotidiani si pensa al fumetto umoristico, ma non sempre è così…
Giuseppe: L’ultima cosa che ho illustrato per Il sole 24 ore era un excursus sulla vita della monaca di Monza, ripercorso da Melania Mazzucco, e non era sicuramente una cosa comica…
Claudio: Tu hai fatto anche parecchie copertine di libri, vuoi parlarne?
Giuseppe: Con Feltrinelli ho fatto diverse copertine, basta andare al piano di sopra…. L’operazione più riuscita è dal mio punto di vista quella con Rizzoli per la ristampa del testo di Amleto. E’ una collana di riedizione di classici della Bur che è stata chiamata “Bur exploit”, e la grafica è stata affidata a fumettari e illustratori di varia estrazione. Mi hanno chiesto quale titolo avrei voluto illustrare e io ho scelto Amleto… Mi hanno dato a disposizione fronte, retro, costa, quarta di copertina, bandelle… e allora io ho proposto un adattamento a fumetti…
Claudio: Quando lavori alle copertine non lavori mai a fumetti, in questo caso sì…
Giuseppe: Quando mi hanno dato la possibilità di riempire tutti quegli spazi ho pensato a come giocarmela. Dato che sono fumettista - prima che illustratore - ho pensato a qualcosa che potesse funzionare in entrambi i sensi. L’idea era fare una sorta di vetrata gotica. L’editor è stato contento e mi ha dato il via per continuare. Ho così scelto i punti nodali del racconto, e nella grafica di copertina si sviluppa tutto lungo tutta l’estensione cartacea disponibile… Ho trovato il punto di incontro tra la mia professione di fumettista e quella di illustratore.
Claudio: Prima dicevi “fumettaro”… Ti piace la parola “fumettista”?
Giuseppe: Per me non ha molto senso questo termine… Forse - come dice Filippo Scozzari - l’espressione esatta sarebbe “autore di fumetti”, ma anche lì è un po’ un arrampicarsi sugli specchi, quindi… Fumettaro, fumettista, disegnatore di fumetti, graphic novelist… ognuno si ritenga libero di chiamarmi come desidera, ovviamente nei limiti della decenza…










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